Lattarico: storia delle tradizioni popolari
Giordano Francesco
Ringa Anna
Russo Angela
La storia
Secondo antichi scrittori greci del V°secolo a.C. Lattarico fu fondata dagli Enotri, primi abitatori della Lucania e del Bruzio.
Ecateo di Mileto, storico e geografo greco nella sua opera Periegesis, infatti, parlando degli insediamenti di questo popolo, nomina alcuni villaggi. Tra questi figura Hetriculum o Ocriculum che alcuni storici calabresi hanno identificato con l'attuale Lattarico. Nel III° secolo a.C. il villaggio di Lattarico, menzionato tra l'altro da Livio nelle "Storie", fu sicuramente ripopolato dai Bruzi. L'originario nome è un diminuitivo di ocris (monte) di derivazione osco-umbra. Incerta e' l'epoca in cui ci fu l'avvicendamento fra i due nomi; certo è che nel 1141 Lattarico aveva già sostituito il primitivo Ocriculum. L'attuale nome, è di origine latina, e deriva, come si può intuire, dal vocabolo lacteus, cioè latte. Lattarico sta dunque per lattari, il paese dei lattari, vale a dire luogo in cui si produce molto latte. La terra di Lattarico con quella molto più vasta e fertile di Regina, una delle frazioni dell'attuale entità comunale, costituiscono, nell'XI° secolo, uno dei primi possedimenti Normanni in Val di Crati. Ed è nel 1079 che Roberto il Guiscardo dona in feudo al vescovo di Melfi la terra di Regina. E' quindi da supporre che a quel tempo Lattarico fosse addirittura casale di Regina. Dopo il 1560 i feudi di Lattarico e Regina passano, per vendita fatta da Nicolò Sanseverino, ai Barracco di Cosenza. Di questa nobile famiglia rimane oggi solo lo stemma gentilizio scolpito in un sacrario o edicola funeraria, posta nella navata destra della chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari. Dopo i baroni Barracco si alternano nel possesso due rami della famiglia Spinelli; prima i marchesi di Fuscaldo, poi i principi di Tarsia. Da quest'ultimi i due feudi passano ai Marsico di Altilia. Abolita la feudalità, Lattarico riacquista vigore economico; l'agricoltura, orientata verso le colture erbacee, impegnava la quasi totalità della forza lavoro. La produzione del grano e del granone superava il fabbisogno locale, tant'è che l'esuberante diventava mercanzia sulla piazza di Cosenza. Erano almeno 4 i mulini ad acqua che, a quel tempo, operavano sul territorio. comunale, mentre i frantoi, in numero di 10 e tutti a forza animale, erano una buona fonte di lavoro e di reddito. Nel 1857 a Lattarico eranno attivi 20 telai per la tessitura del cotone. Sul finire del secolo l'amministrazione comunale realizzava le prime opere pubbliche: nel 1892 vennero costruite le opere igienico sanitarie e, più o meno nello stesso periodo, l'acqua potabile cominciò a scorrere dalle fontane pubbliche. Nel 1928 il Comune venne aggregato a Montalto Uffugo, ma appena qualche anno dopo (1934) riebbe l'autonomia.
Tra i personaggi illustri va ricordato Giovanni Pizzullo da Regina, dell'Ordine dei Minimi. Il suo operato fu rivolto essenzialmente all'istituzione dei legati Pii di Don Giovanni Pizzullo a cui devolse tutte le sue cospicue sostanze.
Nacque a Regina papa Innocenzo XII° , al secolo Ottavio Francesco Giuseppe Antonio Pignatelli. La testimonianza di questa illustre nascita, alla data del 21 gennaio 1626, è conservata nel registro parrocchiale ai S. Giovanni di Regina. Inequivocabile , a questo proposito, la notazione, segnata sul margine sinistro del foglio del registro, nella quale si legge: "Fu Pontefice con il nome di Innocenzo XII° nel 1691. Fu un Pontefice savio e Santo, abolì il Nepotismo, con una celebre Costituzione, trasse dalla venerazione del Pontificato anche agli eretici. L'Arcip. Molinari di Acri ha notato la sua memoria".
Dialetto e tradizioni popolari
Il dialetto che oggi si parla nel territorio di Lattarico risente di quel vasto processo, ancora in atto nell’hinterland casentino, di formazione di una forte koiné dialettale, ossia di una lingua uniforme, la quale, non coincidendo con nessuno dei dialetti in essa rappresentati, porta verso la formazione graduale, ma continua, di una parlata cittadina. Causa della graduale estinzione dei patois, di questi piccoli centri, è l’espansione, diffusione ed allargamento a macchia d’olio della koiné dialettale del centro di maggiore prestigio, Cosenza, unitamente ad una influenza a distanza di classi sociali di solito più sensibili ad uniformarsi ai modelli di quel centro, classi che a loro volta costituiranno esempio da seguire, contribuendo così alla saldatura linguistica con il guadagno territorialmente continuo (Ortale, 1990).
Si è notato, tuttavia, analizzando alcune locuzioni, lessemi non più rintracciabili da tempo nelle zone limitrofe; questi casi di attardamento linguistico, spiegabili con l’isolamento del paese rispetto alle principali vie di comunicazione, ci rivelano come stia procedendo piuttosto lentamente questo processo di formazione della koiné dialettale.
Riportiamo, a titolo di esempio, qualche termine:
asuliare = prestare attenzione
avuni = agnelli
bortinnusu = litigioso
ciculiare = fare cicaleccio
dilicatura = delicatezza
gualanu = villano
sepa = siepe
Ma si notano anche alcune espressioni piuttosto singolari, come per esempio “finocchi ‘i timpa” (finocchi selvatici), che è generalmente riferita a persone pignole che si sforzano di andare alla ricerca di qualcosa di inutile.
Locuzioni
Le locuzioni rivestono una particolare importanza storica perché richiamano a modelli di vita legati alla civiltà contadina e ormai scomparsi da tempo. In un ideale museo di tale civiltà, accanto a reperti della cultura materiale, dovremmo collocare questi modi di dire, che sopravvivono ormai come relitti, non più usati dalle giovani generazioni, incapaci di comprenderne non solo il loro significato profondo, ma anche quello letterale.
Gli animali
Il microcosmo paesano fino a qualche decennio fa era caratterizzato da una sonorità legata anche alla presenza di animali domestici presenti nelle stradine dei villaggi: galline, cani, gatti; alcuni di questi animali, come l’asino, occupavano un posto molto importante nelle attività agricole. A questo animale, tuttavia, malgrado fossero riconosciute ampiamente doti di laboriosità e sobrietà, sono dedicate alcune locuzioni che ne mettono in evidenza il carattere testardo, quasi ottuso. Naturalmente, si può dare un’altra lettura di questi detti, richiamandoci al principio di antropomorfizzazione degli animali, processo comune sin da tempi antichissimi alla favolistica di diverse culture, non solo europee. Gli animali diventavano così modelli emblematici delle virtù e dei vizi dell’uomo: l’asino rappresenta la persona caparbia, lenta, limitata, la volpe l’uomo astuto, il lupo quello violento.
Ma ecco le locuzioni che si riferiscono al somaro:
“U ciucciu cavuciaturu è cchiù chi ricogli ca chiru chi duna”
“Per l’asino abituato a tirare calci sono più quelli che riceve
che quelli che da”
la traduzione letterale non restituisce il significato vero e proprio che si riferisce ad una persona violenta che riceve sempre una solenne punizione.
All’asino che tira calci e che contraddice l’immagine dell’animale paziente, si accosta quella dell’asino testardo che non si muove se prima non è accontentato:
“U ciucciu quanno nu vô acqua a voglia ca fisči!”
Un detto ancora diffuso e che rappresenta un invito a sperare sempre, è il seguente:
“Aspetta ciucciu mia e nun moriri, ca vena maggio e pigli l’erva tua”
“Aspetta asino mio e non morire, perché viene maggio e puoi
riprendere a mangiare la tua erba”
Nella locuzione cosentina è rimasta soprattutto l’espressione: “Aspetta ciucciu miu…”, che contiene un invito a non sperare, perché il desiderio non si realizzerà quasi certamente.
Locuzione di difficile interpretazione è la seguente:
“Venadi ‘u tiempu ca li jumente sicutanu i cavaddi”
“Verrà il tempo in cui le giumente metteranno in fuga i cavalli”
locuzione che potrebbe avere questo significato: stanno per giungere tempi straordinari nei quali le donne (giumente) prenderanno il posto degli uomini.
Il criterio di antropomorfizzazione è alla base anche di alcuni detti in cui sono presenti altri animali:
“Ti si misu ‘ncavallu a nu puorcu”
“Ti sei ricoperto di vergogna”
l’aspetto sudicio del maiale si accosta in questo caso ad un comportamento al di fuori delle convenzioni, sul quale viene espresso un severo giudizio morale.
Legata ad una religiosità ingenua è invece la locuzione
“Ccu gaddru e senza gaddru Diu fa jurnu”
“Con il gallo e senza il gallo Dio fa giorno”
Altre locuzioni si riferiscono al gregge, autentica risorsa economica per molte famiglie :
“A ra mandra ‘i Montiliuni morinu chiù avuni ca muntuni”
“Alla mandria di Monteleone muoiono più agnelli che montoni”
Ma è tuttavia difficile comprendere il significato profondo del detto; forse, alla luce di quel processo di antroporfizzazione che abbiamo visto sotteso a questi detti, gli agnelli rappresentano i giovani che muoiono prematuramente, mentre i montoni sono i vecchi che continuano a vivere.
Il riferimento al gregge e alla lana, questa volta in rapporto con il lupo, è contenuto nella, locuzione:
“U lupu ‘un tena piecure e ba binniennu ‘a lana”
“Il lupo non ha pecore e va vendendo la lana”
Il vero significato, tuttavia, va al di là dell’interpretazione letterale: il lupo è la persona che agisce con millantato credito.
Suggestive le locuzioni relative agli animali selvatici, che aprono spiragli su un ambiente naturale ricco di una fauna ormai quasi scomparsa; interessante, per esempio, il richiamo al passaggio delle gru, alle abitudini del cuculo di utilizzare il nido degli altri uccelli per far covare il proprio uovo. Consueto il criterio di antropomorfizzazione.
Ecco alcuni esempi:
“Quannu passanu ‘i gruli lassa fare a l’atri e piglia ‘i tua”
“Quando passano le gru, lascia fare agli altri e prendi i tuoi”
Risulta evidente a questo punto il richiamo alla stagione invernale, preannunciata dal passaggio delle gru e quindi alla necessità di prestare più attenzione alle cose.
“Chianu mierulu ca ‘a via è petrusa”
“Piano merlo chè la via è pietrosa”
E’ qui evidente il richiamo ad operare con grande cautela perché la strada da percorrere è piena di difficoltà.
“U mierulu cicatu ‘a notti fadi ‘u nidu”
“Il merlo cieco la notte si costruisce il nido”
Il merlo in questo caso potrebbe rappresentare la persona che non lavora di giorno e si dà da fare la notte.
“Ha trovatu ‘u nidu fattu cumu ‘u cuculu”
“Ha trovato il nido già bello e pronto come il cuculo”
Espressione che in realtà vuol significare, riferendosi alla nota abitudine di questo uccello, che la persona ha trovato tutto pronto senza aver dovuto faticare.
Il tempo e le stagioni
Si richiamano alla meteorologia popolare alcune locuzioni che, frutto di osservazioni secolari sul tempo, contengono consigli su come organizzare il lavoro dei campi in vista di eventuali mutamenti climatici.
Ecco alcuni detti relativi ai mesi; una particolare attenzione è riservata a marzo, di cui si apprezza poco l’imprevedibilità:
“Marzu, Marzicchiu, nu jurnu chiovi e nu jurnu t’assulicchi”
“Marzo, Marzolino, un giorno fai piovere e un giorno prendi il
sole”
“Si Marzu ‘nrugna ti fa cade l’ugna”
“Se Marzo s’accanisce ti fa cadere le unghie”
“Aprili chiuvusu, Maju ginirusu”
“Aprile piovoso, Maggio generoso”
“Si a Novembre trona, l’annata sarà bona”
“Se a Novembre tuona, l’annata sarà buona”
In altre locuzioni il richiamo riguarda le osservazioni sul tempo, che costituiscono in realtà vere e proprie previsioni meteorologiche:
“S’a rugiada è supa ‘u pratu, ‘u serenu è assicuratu”
“Se la rugiada è sul prato, il sereno è assicurato”
La casa, i vicini e la famiglia
Le locuzioni relative alla casa ed ai vicini riflettono un atteggiamento contraddittorio; da un lato la propria casa è considerata un luogo da custodire con cura, lontana dalle attenzioni di vicini curiosi, che devono essere tenuti lontani; ecco allora:
“Ha dittu nu viecchiu gualanu: -Ara casa tua mintici ‘i spini e a
nuddru facci praticari”
“Ha detto un vecchio villano: - Attorno a casa tua mettici spine e
non farci praticare nessuno”
Altre locuzioni si richiamano all’immagine del vicino invidioso e intrigante, da cui bisogna guardarsi:
“Diu ti guardi di figli pigulusi e di vicini mmidiusi”
“Dio ti guardi da figli lagnosi e da vicini invidiosi”
Ma, dato singolare, emerge in altre locuzioni un’attenzione verso i vicini che rivela una socialità diffusa:
“Vicinu miu, specchiali miu”
“Vicino mio, specchio mio”
Con un ardito accostamento l’indivisibilità dello specchio dall’immagine è raffrontata a quella del padrone di casa e del vicino.
Altre locuzioni trattano il tema della solitudine, delle difficoltà della vita, che possono essere superate solo facendo affidamento sulle proprie forze:
“Ogni consigliu piglia, però ‘u tuu ‘u nnu lassari mai!”
“Prendi in considerazione ogni consiglio, ma non abbandonare mai
il tuo”
detto questo che si integra con l’altro:
“I guai d’a pignata ‘i sa sulu ‘a cucchiara chi ‘i riminia”
“I guai della pignatta li conosce solo il cucchiai che li mescola”
La donna
In gran parte delle locuzioni si avverte un atteggiamento di ironia, ora manifesta, ora velata, nei riguardi dell’universo femminile, che si può riassumere nel detto:
“A fimmina tena ‘i capiddri luonghi e ‘a menti curta”
“La donna ha i capelli lunghi e la mente corta”
Un’espressione questa che non ha bisogno di commenti, come la seguente, nella quale la donna è accostata alla gallina, animale notoriamente poco intelligente:
“Fimmina ca vidi e gaddrina chi canta nun tena speranza”
“Donna che vedi e gallina che vedi non hanno speranza”
Il termine speranza in questo caso assume il significato di un’attesa senz’altro destinata ad essere delusa.
La moglie appare un personaggio da trattare con cautela, perché non merita eccessiva fiducia:
“Duluri ‘i gumitu e di mugliera assai dola e picca tena”
“Dolore di gomito e di moglie molto fa male, ma dura poco”
È una sofferenza di breve durata quella della consorte, a cui non si deve prestare attenzione.
Quasi in risposta ecco però la locuzione:
“Marituma si ‘mbunna e iu mi mintu a ri guttari”
“Mio marito si bagna ed io mi metto sotto i gocciolatoi”
Ora, siccome l’espressione è posta in bocca ad una donna, vi si rintraccia una forte ironia verso quel rapporto di dipendenza assoluta nei riguardi del marito, atteggiamento che provoca una situazione al limite del grottesco; il marito si bagna ed anche la donna per “solidarietà” è costretta a bagnarsi per forza. Degno di nota l’uso del termine “guttari”, di evidente origine latina; gutta=goggia.
Fiabe
Costituiscono parte essenziale della cultura popolare le fiabe, o “rumanze”, nelle quali protagonisti sono uomini ed animali, posti tutti allo stesso livello; narrazioni destinate ad essere recitate, che si richiamano per certi aspetti a quel passato lontanissimo dell’umanità, in cui l’uomo, agli inizi del suo cammino nel tempo, viveva a stretto contatto con la natura, percependo solo in maniera relativa la differenza con gli altri esseri viventi, alberi e animali.
“C’era na vota za Mateddra chi s’era spusata cu nu suricicchiu. Nu jurnu za Mateddra avìa di jire a ram issa e dicia a ru suricicchiu pi nnu jre a ru fucularu ca c’eradi ‘a pignata cu ri ciciri. ‘U suricicchi curiusu vulìa jire a vidimi dintra ‘a pignata, ma appena s’è abbicinatu c’è cadutu dintra. Quannu za Mateddra s’è ricota, chiamadi ‘u suricicchiu, ma vidiennu ca ‘u rispunnia, gira ppi tutta ‘a casa e guardadi sutta ‘i liatti, sutta ‘i tavuli e pue va vidadi dintra ‘a pignata: ddra vidadi ‘u suricicchiu muortu. Allura ‘ncigna a chiangiari, sinn’accorgianu ‘i scali, ‘i piatti, ‘a porta, ‘a funtana e tutti ‘ncignanu a fari strusciu e a chiangiari assiemi a za Mateddra.”
Credenze relative alla nascita
In paese alla nascita di un bambino si usava preparare una specie di cuscinetto molto piccolo a forma di cuore. Questo veniva preparato così: si sceglieva un pezzo di stoffa bianca e si metteva all’interno incenso, sale, una foglia di ulivo benedetto, una medaglia ed una figurina di un santo. In alcune occasioni quando nasceva un bambino maschio si sparavano colpi pari se era femmina dispari.
Usanze relative al matrimonio
Si usava mettere i confetti sul letto nuziale e con essi indicare le iniziali degli sposi; sui cuscini si usava mettere dei soldi. La casa era decorata con fiori. Prima della cerimonia la suocera ed un’altra ragazza sposata preparavano il letto nuziale che la sposa non doveva vedere prima della celebrazione del matrimonio. La sposa, quando si recava in chiesa, non si doveva voltare indietro perché questo poteva portare sfortuna. Quando la prima figlia si sposava, doveva strascinare i piedi alla porta; con questo gesto i propri fratelli e sorelle si sarebbero certamente sposati. I pranzi nuziali si facevano in casa, ecco un tipico menù:
pasta al sugo di carne rossa, spezzatino, carne bianca all’aceto, peperoni sott’aceto, formaggio di pecora o capra, salsicce e soppressate, pane casereccio e vino rosso.
La morte
Si usava vestirsi di nero, con cravatta nera, fascia nera al braccio, bottone nero all’occhiello della giacca; in segno di dolore gli uomini non si tagliavano la barba per alcuni giorni. Il lutto era tenuto per dieci anni. Non si cucinava e la gente del vicinato era solita portare da mangiare. Una volta si usava metter un manto nero alla porta di casa. Durante la cerimonia funebre da parte dei congiunti più stretti si faceva un lungo pianto di dolore. Oggi è in uso l’accompagnamento con la banda musicale. Si credeva che a mezzanotte i morti si levassero dalla tomba e andassero a far visita ai malati.
Tradizioni natalizie
Una tipica tradizione di Lattarico è quella di accendere il fuoco di fronte alla chiesa la notte di Natale. Il fuoco simboleggia la luce, quella portata da Gesù, che illumina la vita di ogni uomo.
Come a Cosenza, la sera della vigilia di Natale non c’era casa una volta dove non si preparavano le 13 pietanze con un “natalise”, pane natalizio a forma di croce: il pane per indicare Gesù Cristo.
La notte della vigilia la tavola doveva rimanere apparecchiata, perché passava il bambinello e doveva assaggiare i cibi e benedirli; dovevano però essere tolti i broccoli, perché indigesti, ed il baccalà spinoso, perciò pericoloso per il piccolo Gesù Bambino appena nato.
Nel focolare si sistemava il ceppo più grosso ed il fuoco doveva ardere tutta la notte, senza spegnersi; le ceneri venivano poi sparse sui campi in segno di augurio per ottenere un buon raccolto.
La vigilia dell’Epifania si doveva dare da mangiare abbondantemente a tutti gli animali domestici, perché durante la notte questi parlavano e avrebbero potuto maledire il padrone avaro. Durante la notte era poi credenza che dalle fontane scorresse olio e dai fiumi vino. Si racconta infatti che una donna, alzatasi durante la notte, si fosse recata presso una fontana per fare la provvista munita di “ciarre” e “gummuli” e che la mattina avesse trovato i recipienti pieni di olio.
L’uccisione del maiale
L’uccisione del maiale, sebbene questo animale non occupi oggi nell’economia familiare di Lattarico quel posto centrale che deteneva fino a pochi decenni fa, rappresenta ancora una tradizione che conserva una ritualità antica, pur spoglia dei tanti simboli che la caratterizzavano.
Le fasi di questo rito contadino conservano ancora le credenze di un tempo: l’animale viene prima legato per i piedi con alcune cordicelle, deve subire poi l’applicazione sul muso di “u turcimussu”, per impedirgli di mordere, alla fine viene scannato con un coltello adibito a tale scopo, “u scannaturu”; il sangue viene raccolto in una pentola per farne il sanguinaccio. Il maiale ucciso viene posto dentro una madia e lavato con acqua bollente, per eliminare dalla pelle le setole; subito dopo inizia la macellazione vera e propria.
Il rito si conclude con la festa di “i frittuli”, così detta dai pezzi del maiale bolliti nella caldaia e utilizzati per il banchetto al quale partecipano numerosi amici e parenti.
E’ da sottolineare la forte connotazione sociale di tale festa, durante la quale vengono stabiliti nuovi rapporti e rinsaldate vecchia amicizie e parentele. E’ legata certamente all’esigenza di affermare l’appartenenza ad una comunità la ripresa di “i frittuli” anche in una realtà urbana come Cosenza, dove in questi ultimi decenni vanno assumendo dimensioni preoccupanti fenomeni di disgregazione sociale.